Per secoli il pensiero occidentale ha attribuito al concetto di “pieno” una connotazione sostanzialmente positiva in contrasto con il suo opposto, “il vuoto”, inteso quest’ultimo, in senso dispregiativo, come assenza totale delle cose, come il nulla. Non fa eccezione tutta, o quasi, l’arte europea, dove trionfa la volontà dell’artista di colmare ogni porzione del dipinto che istintivamente egli definisce spazio vuoto, in una sorta di horror vacui permanente.
In largo anticipo sulla meccanica quantistica e sulla relatività di Einstein, che rivalutarono il concetto di “spazio vuoto” attribuendogli delle proprietà fisiche, il pensiero buddista per mezzo della filosofia Zen sviluppò il senso del vuoto inteso come infinita ricchezza di possibilità. Secondo lo yinyang, ciò che esiste (l’universo) ha origine da ciò che “non esiste”: se il pieno non è la negazione del vuoto, allora lo spazio vuoto non esiste.
L’intrinseco rapporto tra lo spazio così riscattato e le cose che lo “abitano”, costituisce il principio fondante dell’indagine pittorica e mentale dell’artista Nelio Sonego. Lo spazio (e il tempo) pensato da Sonego è lo spazio infinito dove coesiste il molteplice: non è possibile pensare che gli oggetti sensibili esistano senza trovarsi nello spazio e nel tempo. Anche l’artista, con la sua mente, il suo corpo, il suo spirito, è parte intrinseca di questo insieme. Affermava Kant: ”...lo spazio è la condizione necessaria della nostra permanenza e della nostra stabilità.” Al suo interno l’intervento dell’artista non può che essere “presa di coscienza percettiva” (Merleau-Ponty) dello spazio e delle cose che lo riempiono, intuizione intellettiva che precede il pensiero logico-dialettico.
Fin dalle prime opere, risalenti tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, Nelio Sonego scruta il delicato rapporto tra il gesto, inteso come vibrazione di energia mentale in rapida esecuzione, e lo spazio dove si colloca. L’esito del gesto, il segno, qualifica lo spazio come tale e ne rende evidente la sua infinità. Non ha importanza se questo segno si traduce in una linea retta o in triangoli arcuati (la serie di Trisangoli della fine degli anni ‘90), in fluida pittura ad angolo ( “Angoarcoli” degli anni ‘90 ) o in forme geometriche essenziali quali il rettangolo (già presente nella serie “Rettangolare Verticale” degli anni ’80), ciò che conta per l’artista è intervenire direttamente sullo spazio dilatato - meglio se direttamente sulla parete bianca come gli Angoarcoli realizzati per la galleria A arte Studio Invernizzi - e trasferire l’energia del proprio vissuto in immagini concrete.
La ricerca di queste immagini, in equilibrio tra concretezza e gestualità, intrapresa quasi trent’anni fa dall’artista, trova riscontro nella sua ultima fase creativa, iniziata nel 2003, in una serie di opere intitolate Orizzontaleverticale che prelude alla relatività spaziale dell’opera e dell’osservatore. Concepita per non avere una direzione, l’opera s’identifica con lo spazio bianco-luce del supporto, attraversato da raggi di colore pregni di luce, da linee calde e fredde, intrecciate, sovrapposte, contrapposte, dilatate, condensate, dando loro forza e senso dinamico. Sonego scava oltre il segreto (Secretizie, direbbe l’amico poeta Carlo Invernizzi, inteso come superamento del limite del visibile) del rapporto colore, linea, spazio - valori primari e strutturali della visione - e risolve tutto ciò che in natura si dà come altezza e larghezza attraverso la figura geometrica del rettangolo, riducendo la complessità della materia ai minimi termini. Il compito della linea-colore-luce è restituire le infinite sensazioni di profondità, di mutazione, di dinamismo cinetico in un riprodursi d’immagini in sequenza nello spazio-tempo. L’utilizzo dei colori spray produce trasparenze che accentuano l’effetto d’instabilità tridimensionale dell’immagine. Le variabili di quest’operazione sono infinite: lo spostamento fluido della matassa luminosa passa dal centro verso l’esterno dell’opera, allarga il campo d’azione espandendo lo spazio pittorico ben oltre i suoi confini, fino alle ultime sperimentazioni dove il fascio di luce si materializza nei tubi al neon colorati che occupano lo spazio fisico dell’osservatore.