La strumentazione è povera, quasi ridotta agli elementi esenziali del fare: alla superficie e al pastello, o meglio al gioco tra spazio e segno. Nelio Sonego pare non voler superare lo stadio della traccia, dell’esercitazione, della lenta messa in visione dell’idea. Il foglio si dà come la soglia del linguaggio, che sfugge ad ogni tentazione materia, ad ogni ricatto di tangibilità: esso è il puro luogo bidimensionale che accoglie il tocco della mano, il contatto severo e rarefatto del desiderio.
E’ chiaro: qui il segno non si pone come lavoro progettuale, come anticipazione di un corpo pittorico o plastico, ma suggerisce piuttosto un’idea di genesi, di creazione autonoma, di balzo della materia al volo, dalla gravità della grazia. Ed è forse per questo che l’occhio si trova privato di ogni minimo sospetto di forma durevole, di ogni immagine accampato in uno stato di certezza. Non c’è quiete nelle “linee d’orizzonte”, nei “punti” che tastano (vivono) nello spazio, perché essi non chiudono, non perimetrano, ma in un certo senso suggeriscono altro spazio, ulteriori confini. I tratti grafici modificano la superficie, la alterano, instaurando relazioni che determinano, di volta in volta, immagini di fusione, di incastro, di frattura, di ripresa. E anche quando pare che Sonego ricorra alla geometria per creare almeno una allusione alla regola, un segno minimo di disciplina, ancora ci si ritrova di fronte ad una figura che nega lacci costruttivi, contrature, simmetrie, stabilità. Così i “rettangoli” finiscono per fluttuare nell’atmosfera che li circonda, interrompendo il loro tragitto razionale o moltiplicandolo, quasi a dichiarare l’impossibilità di ogni schema di ogni limite. Non si mira insomma a dare una forma, una misura finita, ma a dare una forma possibile, non si intende a dare una costruzione dello spazio ma alla sua costruibilità. Quando poi, nella recente ricerca, si fa prospettiva soprattutto sul triangolo, ci si allontana ancora di più dall’imposizione di un luogo, dall’affermazione di una cifra. Il segno scudiscia la superficie, dando la sensazione di una accelerazione del gesto, di un’urgenza fattuale, che travolge ogni controllo esecutivo. La forma pura lascia il posto ad una sorta di linea interstiziale appesa nel vuoto di una continua interrogazione su se stessa: e non a caso la figura ripercorre più volte la propria eccitazione, si autocita, si specchia in qualche modo nella sua corsa. Non più un dentro e non più un fuori, ma un limite in movimento, un bordo sconfinato. Il segno ora non tenta più di inquadrare (misurare e dare misura al foglio), ma pare farsi segno nel foglio stesso, scrittura, “ricamo”, che, come nella cultura orientale, custodisce il vuoto, non significando altro che il proprio esistere. Che territori afferra mai infatti quel ruotare di triangoli? Che cosa stringono quelle specie di cappi continuamente lanciati nella pagina? Forse solo segnali energetici che , per dirla con Le iris, “attizzano, non si attestano”, o “che vanno solo per sapere dove sono andati”. Dunque un’inquisizione, una scommessa, un rischio. Un procedere non secondo la logica della sequenza, ma secondo la logica del frammento. Anzi di una addizioni di frammenti, di un’aggiunta di parti, di un contino accrescimento di tracce. Ma per tracciare un a sottrazione perpetua, per restare in una zona senza principio e senza fine. Indubbiamente per Sonego si può parlare di investigazioni dello spazio, di processo analitico, ma in lui si tratta di una analiticità fuori regola, in quanto la regola è sempre creata nel farsi stesso dell’opera. E’ un guardare mentre si segna, è un far trasparire il proprio gesto. In questo modo il segno non diventa mai un punto morto, l’indicazione di un oggetto o di un luogo fisso, ma sempre un “verbo” nel senso che accenna all’emergenza, al venire a galla dell’oggetto stesso: simbolo di transizione, di provvisorietà, di scivolamento, “di un luogo del non arrivo”, “di un’ala battuta all’infinito”. (licini).