Nelio Sonego

Giorgio Bonomi

1997

Catalogo della mostra, La fisica della pittura, Studio Delise, Portogruaro, 1997

La fisica della pittura

È indubbio che l’arte di Nelio Sonego possa ricollegarsi sia alla pittura alfabetica, di segno, sia alla pittura analitica, alla Pittura-Pittura. I suoi segni ripetuti certamente sono lettere di alfabeto – come “pettini” di Capogrossi -, ed è evidente che la sua ricerca si accentra sugli elementi minimi della pittura (segno, colore, superficie).

Tuttavia Sonego supera – nel senso hegeliano di aufheben (togliere e conservare) – queste ascendenze nobili, non tanto sul piano formale, fenomeno della pittura, quanto nel fondamento dello stesso essere e fare pittura.

Pieno e vuoto, silenzio e grigio, moto e quiete, non sono semplici elementi della composizione, ma concetti della scienza contemporanea che l’artista assume, non potendosi dare arte che non trovi il senso, e la sua possibilità di essere, nell’epistemologia.

Alla base di tutto c’è il concetto contemporaneo di Natura Naturans dalla cui energia - mentale e fisica – esce, per così dire, l’opera compiuta. Un’energia che prende le due vie dell’esplorazione e dell’implosione. La dualità segnica si esprime in un triangolo privo di un lato (segno aperto) e in una sorta di altro triangolo con i lati che si servono della linea curva e non retta (segno chiuso): sulla superficie della tela l’energia creativa prorompe come un caotico big-bang.

Ma, se osserviamo bene, vediamo come poi questa energia “esplosa” ritrovi un suo ordine, una sua normatività intrinseca. I segni, infatti, no fuoriescono dal quadro: come per una forza magnetica centripeta si organizzano per simmetrie parallele o per chiasmi, caricando il centro di una totalità d’energia quasi che fosse un “buco nero”.

Come la materia più dura appare compatta e immobile, ma la fisica ci insegna quanto movimento ci sia al suo interno, così l’opera di Sonego ci mostra il movimento caotico, esplosivo nei segni ma, al contempo, l’insieme è come chiuso, bloccato dal bianco, o dal nero, all’intorno dei segni, cioè dallo spazio infinito.

La stessa pulsione spinge Sonego ad una terminologia che superi quella usuale della geometria: prima Triangoarcoli e più recentemente Angoarcoli, sintesi di angolo e di arco, di retta e di curva, di geometri euclidea, dove le rette parallele non si incontrano mai, e di geometria contemporanea, ove quelle stesse rette all’infinito si curvano e, quindi, si incontrano.

Se l’ossessività dalla ripetizione differente trova fondamento proprio della scienza - e nella filosofia - più avanzata, l’opera di Sonego è pur sempre opera d’arte e non trattato scientifico, anche se in una visione unitaria di spirito e materia, di mente e corpo, la differenza non è strutturale bensì fe nomenica. Allora l’opera può leggersi in tutta la sua carica emozionale che manifesta: i colori che passano dal bianco sul nero, al nero su bianco, dal giallo all’azzurro, sono posizionamenti di tensione; il muoversi vorticoso dei segni porta ad interrogarsi sulle passioni, sui sentimenti, sull’emotività e, contemporaneamente, il loro disciplinarsi ed ordinarsi indica la possibilità. In questo l’arte che è coscienza e sensazione, acquista valore etico: per l’artefice che non può rispondere alle urgenze che lo spingono all’opera, e per lo spettatore che può ricevere, nell’intelligenza e nell’emozione, tutto il processo, l’accadimento.