Nelio Sonego

Giovanna Bonasegale

1997

Intervento, in Tromboide e disquarciata, Centro Espositivo della Rocca Paolina, Perugia, Museum Rabalderhaus, Schwarz, Galerie Nothburga, Insbruck, 1997

Intervento in «Tromboloide e disquarciata»

(…) Nelio Sonego esordisce, tra Venezia, Pordenone e Roma, alla fine degli anni Settanta, in un clima artistico proiettato sull’autoriflessione, sul ripensamento critico rispetto agli sconfinamenti degli anni immediatamente precedenti, sulla ricerca di un linguaggio “altro” dove la componente mentale e minimale tende ad assumere una valenza portante, la sua è una sorta di meditazione, sulla superficie prima e sul segno poi, che prosegue con tenacia. Nonostante le numerose mostre personali e collettive in gallerie e sedi prestigiose viene notato soltanto da alcuni critici tra i quali Giorgio Cortenova e, più recentemente, Claudio Cerritelli e Lorenzo Mango. Un percorso solitario, quasi isolato.

La ricerca sui Rettangoli Verticali lo accompagna per tutti gli anni Ottanta fino all’elaborazione di un’architettura “piana” della quale i componenti essenziali sono il pastello e l’acrilico sui supporti di carta e tela. La superficie tende ad aprirsi, a non essere più chiusa nello spazio comunque precostituito del rettangolo o del triangolo, verso la fine degli anni Ottanta, dopo anni di progettualità. Si apre alla libertà di un segno non minimale, sempre più forte.

Dopo una serie di acrilici Senza titolo, attraverso i quali sembra quasi a voler sondare i limiti e le risorse del proprio lavoro, arriva all’esecuzione degli Angoarcoli e ai dipinti più recenti.

È ancora un progetto sulla superficie piana, ma si fa più marcato i contrappunto tra il pieno e il vuoto, tra il bianco e il nero, tra il chiaro e lo scuro, un desiderio di volume, raggiungibile solo attraverso la forza del solo segno.

Di formazione veneta, Sonego sembra voler ricuperare, nelle opere più recenti, una matrice tonale, mentre il gioco dei vuoti e dei pieni rimanda alla cultura orientale, anch’essa non estranea alla sua terra di educazione. Ma soprattutto il segno. La grande vitaltà espressiva e l’autonomia dell’immagine, che viene assumendo, svelano il raggiungimento di una nuova fase di progettualità, dove comunque ciò che sembra fin qui acquisito lascia ampi margini a ulteriori indagini, a nuove proposte (…)