Superfici bianche, fogli di carta, schegge di muro, specchi calcinati. La pittura di Nelio Sonego n asce di lì, dall’ombra originaria del supporto, dalla memoria del quadro rinsecchito fino ad annullarsi, cancellato fino al grado zero. Nel luogo che precede l’immagine, nello spazio franco dell’indistinzione assoluta ove tutto è possibile, Sonego mette mano (è il caso di dirlo, alla lettera) all’atto di dipingere. Atto primario che risale all’infanzia dell’uomo, alle fonti della scrittura, dalla iscrizione e del geroglifico. La mano è lo “strumento” grazie a cui questo gesto primario diventa possibile. Sulla superficie bianca, sul foglio di tutte le possibilità, la ma iscrive la presenza del corpo che fronteggia la tela, lascia la traccia materiale di una intenzione di scrittura che non ardisce ancora accedere al calligramma, all’alfabeto, alla parola e neanche al simbolo. Prealfabetica la pittura-scrittura di Sonego è anche presimbolica. Non perché neghi all’arte la via del simbolo, ma perché si attesta in una condizione precedente, preliminare. Risalito ai luoghi del silenzio, alla notte della grande luce dell’origine, il pittore cerca di fermare l’ultimo primo, il segno che consente di operare le prime distinzioni, che consente di operare le prime distinzioni, che consente di vedere, cioè di discernere. Quel luogo lo chiamamo la fonte del linguaggio, perché è nel linguaggio che noi siamo, esso ci nutre, ci “fonda”, ma al tempo stesso esso distingue la notte dal giorno e ci impedisce così di continuare a vivere la luminosità notturna cui solo la indistinzione originaria può dar luogo. La ricerca di Nelio Sonego sembra rivolta verso questo limite estremo, verso il confine dell’ombra di cui emerge il linguaggio; ma tenta di fermarsi un attimo prima di questo limite – perciò ne parliamo come di una condizione pre-liminare del linguaggio – prima cioè dell’articolazione, della traduzione del linguaggio in logos, in fatto della mente. Qui siamo in presenza, invece, dci un incontro fra corpo e linguaggio. Vorrei dire che la mente non c’entra, anche se sono consapevole che Sonego può compiere il suo risalimento all’originario soprattutto grazie a uno sforzo di comprensione della natura più intima della pittura. Lo stesso fatto che lo giochi come scrittura, in un confine ambiguo dove il segno non è più il semplice “tracciare” e non è ancora l’articolazione alfabetica dimostra di uno sforzo concettuale intenso. Ma la pittura, anche di questo Sonego pare consapevole, è sempre un fatto fisico, ha una carnalità,, per sobria che sia, che non va tradita, pena lo scotto di dover rinunciare alla pittura in quanto tale, in quanto creazione vitale e finire per trincerarsi dentro una tutta intellettuale “idea” dell’arte. La linea d’ombra, il confine che fonda la pittura, staccandola dalla pagina, dalla superficie, dallo schermo specchiante dell’indistinzione assoluta è il segno. E’ il segno che forma la pittura, nel senso che è il segno tramite elettivo in grado di dare corpo al ritmo invisibile del respiro, a tracciare i percorsi dell’energia. Il segno, tramite fra visibile e invisibile, è il fondamento del quadro in quanto scrittura, in quanto cioè elemento che attraverso la iscrizione opera la prima distinzione, quella fra noi e il Tutto, aprendo lo spazio tragico della conoscenza, Tragico, perché ogni distinzione è lacerazione e ogni inizio un addio. Rispetto alla tradizione della grande pittura gestuale moderna, Hans Hartung in testa, questo atto originario del dipingere assume, nel caso di Sonego, un respiro diverso. La iscrizione di sé sulla tela non è un gesto di protesta, non è un urlo del male di vivere, non la negazione, la cancellazione. Se una gestualità alla Hartung sfregia il quadro per cancellare il mondo, la gestualità di Sonego è più prossima a quella di Fontana, parte dal Nulla per cogliervi l’Uno, l’inizio. Non si esprime con forza, dunque, od aggressività, ma per ritmo e musicalità. Appare, da questo punto di vista, assai vicina alla calligrafia zen, a quel porre l’attenzione non tanto al risultato della scrittura quanto ai suoi presupposti. Il polso “sa”, dicono i maestri zen. Quel sapere del polso si estende in Sonego al braccio, fino all’articolazione della scapola. Di li si origina questo “inizio del dipingere” che ci appaiono i suoi quadri. Un confine del corpo che si riversa direttamente sulla tela. Lo specchio originario, splendente ma invisibile, viene calcinato da Sonego, spalmato di colore per divenire il luogo dove il corpo tenti la sua prima scrittura.