Cosa è a far vibrare di vita le montagne nelle giornate fredde, limpide ed ineffabili? Quale suono le accompagna e, anzi, ne rivela il pulsare più intimo? Non si tratta di un’immersione in profumi o visioni assolute quanto di misurare e misurarsi per più ampi parametri che non quelli di piana presentazione del reale di fronte agli occhi. Andate a parlare con gli abitanti dei monti e sentirete come questi ne conoscano e ne rispettino il lato oscuro, sfuggente, per certi versi misterioso: il suono del silenzio, impossibile per le orecchie della città.
Ma perché proprio le montagne, si dirà, come mai e a che proposito? In primo luogo perché chi scrive le ha davanti, ma soprattutto ciò che affascina di questo blocco monolitico è proprio quanto ne altea l’immobilità severa, dimostrandosi di grande interesse per una lettura del presente. Allora, ad esempio, non le basi massicce, quanto le vette che si inseriscono nel cielo, la pietra che sfuma nell’aria sollevando dubbi sulla propria consistenza (che è a dire la guglia gotica o la luce bizantina, ambe due capaci di trasformare – in chiave religiosa – il corpo materiale, elevandolo verso lo spirito).
È di nuovo, ancora, quel suono particolare, su chiari abbacinati, che attraversa le gole, i burroni, i massi, certo le nevi. In condizioni di quasi completo silenzio è il ronzio delle orecchie a farsi sentire, come se l’aria facesse attrito con se stessa, viva per un’insospettata, tangibile forma vitale. È questo un insegnamento importantissimo e di un’attualità stringente: il silenzio, e con esso il vuoto, non esistono. Questo aveva dichiarato, con grande intuizione, Democrito, indicando nell’atomo la particella unitaria alla base di tutti gli elementi del reale.
Lo stesso concetto di pianezza si ritrova, in singolare contatto, nelle filosofie orientali, laddove è il pensiero a colmare, umanamente, i diversi vuoti che si incontrano. Nella contemporaneità questo è alla base del pensiero fisico e matematico, nei quali viene risaldata la frattura che ha a lungo caratterizzato il concetto di realtà e, con questo, il modo di rapportarsi dell’uomo con se stesso, con gli e il mondo.
Le idee di costante proliferazione e di non determinatezza che sono parte, ad esempio, della teoria dei Quanti, mutano radicalmente le coordinate di riferimento, ovvero la concezione stessa di cosa sia il reale, prendendo in considerazione elementi che interagiscono fra di loro e che prima non erano assolutamente considerati, scartati secondo il concetto di sviluppo cronologico o progresso.
Ciò significa che è diversa l’idea di “intero” cui far riferimento, e proprio in termini di consapevolezza e stimoli intellettuali va considerata con attenzione cosa si intende per ricerca artistica, se mero sviluppo di stili e di forme semplicemente offerto nel loro svolgersi dalle cose della storia oppure concretizzazione di un pensiero che si esprime visivamente per modi e forme specifiche, che si rivela molto più addentro ai nodi intricati della vita.
In tale maniera diviene praticabile la possibilità di muoversi lungo un vasto fronte nel quale si trovano insieme autonome personalità, vicine concettualmente e spiritualmente oltre schemi di comodo e in condizioni di crescita.
In questo senso entro i territori del vuoto e del silenzio che le montagne ci hanno suggerito per l’arte contemporanea, e funzionali al nostro discorso, si trovano le opere pur diversissime tra loro di John Cage, di Franz Kline, di Mario Nigro ( dagli Spazi totali alle Vibrazioni simultanee fino alle ultime Orme), che oggi vedo raccolte nel profondo, insieme a pochi artisti, da Nelio Sonego.
È importane un titolo che di frequente torna nelle sue opere: Angoarcoli, ad indicare da subito quale sia il fulcro vitale della ricerca. Questa si fonda sulla possibilità di dare corpo e forma al vuoto, seguire gli spessori e i movimenti, illuminare quell’area di confine che sta sulla soglia della coscienza, come piccoli, improvvisi vortici, laddove torna difficile distinguere cosa sia miraggio e cosa realtà, con la consapevolezza che di questi spiragli, di queste aperture è fatta la vita.
È quella di Sonego una scrittura del vuoto – come giustamente ha sottolineato Claudio Cerritelli – che precede per spostamenti e per rotazioni: in questo modo la pagina respira nella sua totalità, nella sua interezza, individuando spessori impossibili – dati appunto dalla suggerita rotazione delle forme – ed uguali tensioni fra pieni e vuoti (temi di rado così incalzanti).
Sonego persegue l’idea di un progetto visivo a tutto campo, dall’analisi dello spazio all’emozione di uno spazio fondato analiticamente, individuando nell’intuizione e nella presenza di più tensioni che agiscono nel medesimo istante quella parte di forza immaginifica, ovvero di pensiero libero, che a tutti gli effetti diviene visibile, palpabile vera.
Bianco su nero, nero su bianco: la concentrazione linguistica che dal minimo della variazione cromatica sposta l’accento sul massimo della forza espressiva (ritorna l’idea di scrittura) lascia aperta al lettore la possibilità di individuare, di proseguire lungo i volumi della superficie trovando quelli che Sonego ammette quali eventuali fra le diverse possibilità compositive, spostandosi lateralmente, in basso o in alto della pagina, sviluppandone le architetture fra presenza e assenza. La stesura uniforme, imponderabile, dei bianchi o dei neri stabilisce la lontananza, il vuoto appunto, del quale prendono corpo le movenze interiori, sospese ed affascinate dai propri movimenti. Allo stesso tempo, però, stabilisce chiaramente quali siano le potenzialità della pittura: non rappresentazione o esposizione dei propri strumenti, bensì realizzazione di un pensiero forte, autonomo, non imitativo, in condizione quindi di essere parte integrante del reale. Il racconto procede per piccoli scarti, variazioni imprevedibili eppure conseguenti che si svolgono lungo le matrici primarie del punto, della linea curva, della linea retta, e che diventano di volta in volta traccia, memoria, apparizione. Proprio queste raccontano il movimento su e dentro il vuoto, per cui il segno diviene realmente spazio vibrante, vivo, denso di significato. Ed il colore che a volte penetra la superficie percorrendola liberamente, preservandola intatta la propria capacità vitalistica, porta tale spazio a recuperare sostanza materiale, definendosi lucidamente quale pittura. Beata solitudo, sola beatitudo, dicevano nell’antichità. Ebbene, di tale solitudine (conducendola dalla meditazione lirica al terreno ben più scottante di coinvolgimento e dibattito) Sonego si fa relatore, facendo dell’attenzione al mondo interiore il sensore sensibilissimo della lettura e dell’irruzione in un’attualità inquieta, agitata nel profondo, fatta di illuminazioni metropolitane e drammi antichi dei quali le arti visive non possono non avvertire il peso, avanzando dubbi sul piano svolgimento delle cose.