Nelio Sonego

Licio Damiani

1989

Il Gazzettino, 4 ottobre 1989

Il Gazzettino, 1989

Dai rettangoli tracciati sul foglio bianco con linee scarne e disadorne alle teorie verticali di annodature, catene esili di germi di idee fissate nell’atto della genesi: il percorso del veneto Nelio Sonego si svolge tutto in una dimensione di “casta povertà”, di rarefatto lindore.

I rettangoli innanzitutto, campiti al centro di una spazio assoluto, asettico, tracciati con carboncino: un ritorno elle forme elementari, un suggerimento alla forma di figura, come nelle ceramiche megalitiche mediterranee; il segno geometrico, la crocetta, il cerchio svirgolata, il segmento, rappresentano una presa di coscienza d’identità, sono la prima espressione di un razionalismo che tende a dare immagine alla tensione verso un ordine esistenziale.

Nelle successive sequenze di triangoli fortemente colorati, sui quali si sovrappongono sfalsati altri triangoli delineati soltanto nel contorno, Sonego inserisce un’intuizione di movimento, di riproducibilità all’infinito di elementi intrisi di materialità.

Infine i pittogrammi, che affermano unicamente la loro ragione di esistere, come lo scrosciare d’una fontana o un trascorrere di vento sul fogliame di boschi; un essere che è totalità proprio per la sua rinuncia a storicizzarsi, a calarsi nel particolare descrittivo.

Ricompare il triangolo, ma smussato, arrotondato, trasformato in esile ricamo. “Sulla soglia del bosco non odo parole che direi umane”, si potrebbe dire parafrasando Da nunzio, ma alla panica

materialità del poeta decadente si sostituisce in Sonego un sillabare disarticolato, una musicalità misteriosa svolta come un rotolo di carta di riso giapponese