Il creare pittura di Nelio Sonego si attua per fisico accadimento in concrete immagini di segmenti del suo mentale spaziotempo.
Infatti le immagini che si costituiscono nel suo corpocervellomente in tensione quantica fisicamente accadono come fusione in tuttuno dello spaziotempo delle sue emozioni/tensioni/
visioni e delle telesegnicolori.
Come tali esse sono corpi di energia in cui vibrano le interazioni di forze che si ingenerano dal suo stupore nel percepirsi cognitivamente nell’imprendibile infondo del suo vitale vissuto sentendosi in unitarietà con l’entropico divenire dell’universo vuototuttoniente.
Nelio Sonego nel suo fare pittura in ossessiva ansia noetica in disquarcio dell’incommensurabile realtà –nel che sta l’acme/vertigine della fisica spiritualità creativa dell’umana Natura Naturans–, dapprima ha visualizzato le sue appercezioni in Strutturale, immagini di linee che “vivono nello spazio” e “suggeriscono altro spazio, ulteriori confini” (Luigi Meneghelli), quindi in Rettangolare Verticale e Trisangoli, immagini di rotte geometrie colorate che “fluttuano nel vuoto della tela”, e poi in Triangoarcoli e Angoarcoli, energetiche forme/immagini che in repente slancio di corpomanobracciocervellomente concretamente accadono incorporando in unicum la fisicità spaziotemporale dei propri elementi costitutivi.
Alla base dell’operare di Nelio Sonego sta la consapevolezza che gli umani per la loro costituzione fisico/chimica sono parte intrinseca della Natura Naturans, che il loro corpo (cervello) e il loro pensiero (mente) sono biologicamente connessi in tuttuno, e che il loro tuttuno di mentecorpo è lo spaziotempo del loro divenire tra il nascere e il morire.
Da tale consapevolezza intuitiva/conoscitiva del proprio consistere cui gli umani sono pervenuti dopo milioni di anni di biologiche trasformazioni evolutive fino alla concezione einsteniana/heisenberghiana dell’unitarietà e reificazione dello spaziotempo –nel senso che non esiste alcuna separazione possibile tra l’esistenza dello spaziotempo e “ciò che riempie lo spaziotempo”, cioè che “non esiste un qualcosa come uno spazio vuoto” indipendente dalle cose che lo riempiono (Enrico Bellone)– si è originato, travalicando lo schematismo cartesiano della separazione/distinzione tra res cogitans e res extensa, mente e corpo, spirito e materia, il Manifesto Tromboloide e disquarciata steso il 2 novembre 1996, a Morterone, dal sottoscritto e dagli artisti Gianni Asdrubali, Bruno Querci e appunto Nelio Sonego. L’enunciato fondamentale del Manifesto è che l’arte e la poesia sono ansia noetica dell’uomo Natura Naturans che per necessità/libertà accade in disquarcio del vuototuttoniente in immagini di segni e parole fondendo in tuttuno la fisicità spaziotemporale degli elementi costitutivi.
È il substrato percettivo/conoscitivo da cui s’ingenera la creatività di Nelio Sonego nel suo fare pittura in apertura di originari spazi di senso al di là di ogni intento descrittivo/ compositivo. Essa semplicemente è, e nel suo essere, è fisica appercettività non raccontabile del suo spaziotempo mentale.
Nelio Sonego, introverso per indole, rigorosamente austero e di tempra meditativa fortemente riflessiva, impronta di veggenza il suo operare, però nel senso in cui oggi è ancora possibile essere veggenti nella acquisita consapevolezza dello sgretolo di ogni centro nell’infinitezza della danza degli elementi costitutivi del vuoto addenso inattingibile del tuttoniente esistente/ vivente della Natura Naturans che diviene secondo caso e necessità.
Nel massificato devasto del senso del sacro –da intendersi come il venir meno della tensione cognitiva per l’incommensurabile realtà–, che caratterizza la banalità del corrente accadere dell’umano spaziotempo, il farsi veggente “per arrivare all’ignoto” e diventare “fra tutti, il grande ammalato, il grande criminale, il grande maledetto e il supremo Sapiente!” (Arthur Rimbaud), più che nel cercarsi nello “sregolamento di tutti i sensi” fino ad “esaurire in sé tutti i veleni” e perdere la stessa comprensione del logos delle proprie visioni –del resto mai prendibile nella sua voraginosità– sta nel protendersi con emotività conoscitiva/ creativa sugli abissi del proprio vitale vissuto di spaziotempocorpocervellomente per trarne “stimolo a cogliere il non coglibile, secondo la proposta della scienza contemporanea, che sta alla base della poetica della Natura Naturans, dalla nuova ontologia di Merleau-Ponty alla suggestione ottica dei biologi di ‘nuova frontiera’” (Maria Vailati) e farne, nella visionarietà, il DNA ingerminativo di originarie forme/immagini di arte e poesia di sostanziale fisica bellezza non edulcorativa nell’attesa che sopravvengano altri parimenti “orribili lavoratori che cominceranno dagli orizzonti dove l’altro si è accasciato” (Arthur Rimbaud).
È l’infondo senza fondo da cui emergono in ossessività anche le incomprimibili emozioni/ tensioni/visioni di Nelio Sonego che creativamente accadono nelle concrete forme/immagini delle sue pitture inseguendosi su “una strada diversa dai più, che non è ‘in’, ma anzi se ne discosta, come succede per chi non sta a orecchiare, che non sta a informarsi, ma ha già un percorso chiaro e autonomo”, come con impavida acutezza ha scritto di lui Mario Nigro nel catalogo che accompagnava una sua ormai lontana mostra, però esplicitamente escludendosi dal compito dei critici.
Una strada che Nelio Sonego inflessibilmente percorre da oltre vent’anni, lo sguardo sempre più proteso sugli abissi dell’universo vuototuttoniente provando meraviglia nel sentirsene intuitivamente intrinseca parte in percepimento di quelle interazioni di forze che nella visionarietà accadono nella poietica luminosità delle immagini delle sue pitture, segmenti di mentale spaziotempo che sono, come tali, pitture in radice.
Sui voltuli orizzonti
di pullule pianure
inestense invisibili
vorticano cittàluce
muri scintillamenti intrasparibili
sgretoli iridescenti
che si frantumano
fulgidi logoisbrendoli di spaziotempo
che s'infugano
impercepibili.