Nelio Sonego

Chiara Tavella

2005

Presentazione in catalogo, Fondazione Ado Furlan, Pordenone, 2005

Presentazione, Fondazione Ado Furlan

E quando l’Artefice di qualsivoglia cosa, guardando sempre a ciò che è allo stesso modo e servendosi come di esemplare ne porta in atto l’Idea e la potenza, è necessario che, in questo modo, riesca tutta quanta bella; quella cosa, invece, che l’Artefice porta in atto servendosi di un esemplare generato, non sarà bella.

Platone, Timeo, tr. di G. Reale, Bompiani, Milano 20b

Se traduciamo ̉αλήθεια, invece che con ‘verità’, con ‘svelatezza’, allora questa traduzione […] contiene anche l’indicazione che induce a pensare e ripensare il concetto abituale di verità, come conformità dell’asserzione, in quell’orizzonte non ancora capito della svelatezza e dello svelamento. […] Vista alla luce dell’essenza della verità, l’essenza della libertà si rivela come l’es-porsi nella sveltezza dell’ente.

Martin Heidegger, Dell’essenza della verità, in Segnavia, tr. di F. Volpi, Adelphi, Milano 1987.

Può essere “filosofia” l’arte?

Può un lavoro così lontano da ogni intenzionalità narrativa, descrittiva, o anche lirica, così ossessivamente concentrato in se stesso, in un infinito di variazioni minime che si spalanca entro il limite brevissimo di uno spettro linguistico programmaticamente ristretto, ridotto a un segno contro il bianco, “dire” un qualche cosa?

Conosco pochi artisti così restii a parlare della propria opera come Nelio Sonego. Restii, meglio impossibilitati, non per incapacità ma perché, nella gamma infinita di modalità in cui l’atto creativo si dispiega, quella di Sonego è tra le più “pure” e scevre da ogni compromissione contenutistica, per non dire letteraria.

Non si tratta però neanche di arte “pura”, nel significato almeno che il termine ha assunto nel quadro storico artistico novecentesco. Non si tratta in altri termini di un’arte che, abbandonata l’esigenza rappresentativa, rifletta sui propri elementi linguistici costitutivi. Questo c’era, forse, all’inizio del percorso di Sonego, sul finire degli anni ‘70, quando l’artista si accostava all’esperienza di matrice astratto concreta della Pittura Pittura, riflettendo sull’essenza del rapporto forma-colore-superficie attraverso la geometria e il rigore razionale di forme semplici e seriali.

Ma è solo un punto di partenza. Poi la ricerca di Sonego vira inaspettatamente verso un affondo nel Mondo, che è tanto più “fondo” quanto più è lontano dalla figurazione tradizionalmente intesa, ormai oltre la distinzione stessa tra astrazione e figurazione.

Dall’azzeramento linguistico delle prime esperienze riaffiora un segno che è traccia di un gesto, sia che si tratti degli “angoarcoli”, i segni arcuati, neri su fondo bianco, che hanno rappresentato la produzione di Sonego fino ai primi anni duemila, sia che si tratti dei rettangoli realizzati a spruzzo, in colore, degli ultimi tre anni – gli Orizzontaleverticale. Questo segno porta in sé - nelle velature, nelle frazioni di vuoto via via più ampie man mano che il pennello, dopo aver toccato la tela, se ne distacca o che il tratto, nei lavori a spruzzo, perde d’intensità dal centro al margine; nella casualità che, nonostante la ripetizione, sempre lo connota e lo fa diverso – porta in sé l’atto e la durata dell’atto che lo hanno generato.

L’Esistenza e il Tempo.

Più propriamente l’”Esser-ci” in quanto necessariamente determinato dal Tempo, “condannato” ad esistere in una dimensione che, proprio perché temporale, ne porta in sé l’origine e la fine.

Questo segno insomma non “rappresenta”, non rimanda ad altro, né si pone come morfema esemplare di una lingua astratta di colori e forme; questo segno “è” Esistenza: ingaggia un corpo a corpo con il Mondo per svelarne la tragicità.

E questo avviene in un tempo rapidissimo, in un momento in cui il controllo razionale dell’individualità dell’artista si allenta, la mano è quasi il trascrittore automatico di un impulso superiore, il segno la trascrizione di un’energia che si accumula e infine esplode potente e irrefrenata.

“Io non guardo la tela per metterci sopra i segni. I segni nascono nella mia testa, nella tensione si forma nella mia testa l’immagine che vedo definirsi con lo spazio della tela e nella concentrazione tutto il mio corpo scatta a fare i segni che determinano l’immagine. Praticamente nella visione il mio corpo e la tela sono uniti e se tutto funziona l’opera riesce. E’ questione di sufficiente energia” afferma Nelio Sonego nell’unico testo (inedito) che, a quanto mi risulta, abbia mai scritto.

Un attimo dunque. Ed ecco nella folgorante verità dell’Attimo dispiegarsi la consapevolezza della necessità tragica dell’esistere, attraverso un segno che si fa esperienza estatica/estetica del disvelamento , dello s-velarsi della verità – l’“aletheia” heideggeriana – altrimenti perennemente velata.