Il linguaggio dell’arte tocca sempre le profondità del mito e le zone intermedie della leggenda. Ma come spesso succede ne evita il racconto diretto, preferendo il tessuto simbolico della materia, i liquori del pigmento o la traccia incisiva del segno, perfino quello più progettuale e da un certo punto di vista premeditato.
La riflessione è spontanea davanti ai lavori di Filiera e di Sonego, che per altro giungono ad esporre insieme provenendo da linee di ricerca del tutto diverse, ma ritrovandosi forse all’interno di uno sguardo particolare che entrambi intendono rivolgere al problema dell’ espressione come momento simbolico in cui affiora significato “ secondo”, spesso oscuro e indefinito, ma tuttavia insistente e ricco di conseguenze. Un “antico profeta” della semiotica e fondatore della linguistica, Saussure, suggerisce che nel verso saturnio non è tanto importante il significato “primo” del verso, quanto quello che si nasconde “sterminato” e dunque frantumato, al di sotto della superficie apparente. Significato che affiora dalla “sterminazione” e che è il vero depositario del senso primo e ultimo della scrittura poetica.
Ma credo che sia giustificato ed esente da scorrettezza ampliare il senso della “scoperta” saussuriana, e perciò ritenere la cosa per vera ed affascinante in tutti i casi in cui la creatività si concretizza: in cui l’arte, per dirla alla maniera magica, s’invera. Si tratta insomma di una sorta di “anatema” che preme dalle profondità del linguaggio e rappresenta di per sé il bersaglio, scomposto e ricomposto, nel quale si concentra e dal quale prendono linfa i sensi dell’opera. Ecco perché l’arte stessa, nella sua specificità, affonda le sue radici nel mito; ed ecco perché essa si esprime per simboli e li produce.
L’argomento, che è valido in linea generale, si addice particolarmente per ricerche come quelle di Filieri e Sonego, così “racchiuse” in se stesse, così ostinatamente capaci di perseguire la sensibilità del pigmento tattile (penso a Filieri) e la teoria di una traccia che si racconta (penso a Sonego). Si direbbe infatti che per il primo il colore, la carta, la sua assorbenza, gli ori e i verdi stinti (per fare solo qualche esempio) si dispongano sulla superficie partecipandola ad una sorta di alchimia liquida, in cui il mito e la leggenda fanno u tutt’uno con un processo di trasformazione di una materia sottoposta ai tepori e ai raffreddamenti dell’acqua e del fuoco; per il secondo, invece, ci si dovrà riferire ad un processo di accelerazione che riduce il tutto ai termini primari della linea, in una sorta di “azzeramento” ermetico che ci parla attraverso il filo di una sottilissima eppure insinuante metafora. Lo stato simbolico è in questo caso attivo secondo schemi tautologici, che però si aprono alle infinite possibilità del metodo e a quella condizione umana che esperimenta il proprio essere nel mondo attraverso continui aggiustamenti della propria capacità di sintesi.
Tuttavia, una domanda resta pur sempre aperta, ad essa consiste nel naturale interrogativo che ci si pone davanti a matrici culturali di provenienza così lontana, che pure decidono di “esporsi” insieme e di proporsi ad un’unica lettura critica. Ma ritengo che il motivo di fondo sia abbastanza evidente, quando si accetti il dato di fatto che, in entrambi i casi, si tratta di una riflessione sensibilissima sugli elementi che di per sé costituiscono la realtà dell’arte.
Ma non sugli elementi specifici di una disciplina, o non solo su quelli. Il simbolico il metaforico e in genere le “figure tipiche” dell’espressione sono infatti, al pari del punto e della linea “per citar colto”, referenti primari del fare arte; e così dicasi per quell’anatema di fondo di cui prima si parlava,che è poi l’anatema della prassi del dipingere, che si serve della forma solo come mezzo simbolico per rivelarsi nella sua intera ed irrestringibile potenzialità.
Ecco, sia Filieri che Sonego credono fermamente che sotto alla pittura vi sia il dipingere, “sterminato” nel testo che sotto al segno vi sia il segnare, “polverizzato” nell’apparente interezza delle linee.
Credono, insomma, che l’arte sia l’esperienza in atto di un modo di essere nel mondo e non, viceversa, un modo di sperimentarlo. Con buona pace del razionalismo ortodosso.