Non da ora ritengo che uno scritto di un qualche senso su un’opera visuale contemporanea abbia due possibilità: raccontare una storiella qualsiasi, magari scrivendola decentemente, oppure non perdere mai di vista, nemmeno per un attimo, l’immagine con cui si ha a che fare (se possibile senza tramortire il lettore con una cascata di riferimenti). Volendola dir tutta, quanto più l’opera ci piace tanto più l’immagine esige attenzione e riguadagna il centro del discorso, potendo fare a meno di ricordarci Pinco, Pallino o Picasso. Guardiamoli quindi questi nuovi lavori di Sonego come è necessario che si guardino quadri forti e sorprendenti. Trattandosi di opere aniconiche esigono un’attenzione speciale, quanto meno per evitare che possano significare qualsiasi cosa e quindi niente.
Si tratta di tele di grandi dimensioni che ospitano una griglia quadrangolare costruita da molteplici colori. In alcune opere la griglia in questione occupava il centro della tela; in quelle più recenti e soprattutto nei lavori in esame si decentra e si colloca ai bordi del quadro, quasi ad indicarne il proseguimento nello spazio. Il campo bianco della tela tende dunque a sfondare i propri limiti e ad invadere lo spazio in cui è collocata l’opera. La griglia cromatica non è quindi un campo chiuso nel proprio perimetro e in quello della tela bianca su cui si staglia. È invece un insieme mobile che può in ogni momento evadere dalla tela o per meglio dire allargare a dismisura lo spazio concettuale della tela. Per tale motivo, che è un motivo centralissimo e da sempre fondante dell’arte di Sonego, i suoi quadri sono l’esatto contrario di come potrebbero venire superficialmente interpretati: non sono decorativi ma aggressivi; non arredano ma disarredano, nel senso che per dimensioni e immagine è ben difficile misurarli con il colore di un divano o con la dimensione di una scrivania. Meglio misurarli con una potente innervatura di arcate, con pietre scandite e dure e con uno spazio pubblico antico e smisurato.
L’idea di realizzare una mostra di Sonego nella Sala delle Pietre di Todi è nata mentre egli, con quella sua aria perennemente meravigliata, cercava di capire, nello sguardo a lui ben noto di Epicarmo Invernizzi e in quello assai meno frequentato del sottoscritto, se stavamo riflettendo sulla medesima questione. E cioè sulla plausibilità di vederci le sue opere, in quello strano spazio dove stavamo ammirando la mostra di grandi e antichi feltri centroasiatici attaccati sulle arcate romaniche della Sala delle Pietre come fossero stati stendardi medioevali. Oltre l’enorme distanza spaziale e temporale non è stato difficile misurare l’energia dei grandi feltri, che raccontano della steppa e del loro “pieno” cromatico che ne risarcisce il vuoto, con la potenza dei lavori ultimi di Sonego, che reagiscono costantemente al vuoto spaziale della tela bianca. L’idea di realizzare un ciclo di lavori nuovi, severamente misurati sulla severa architettura della Sala delle Pietre è lievitata quasi spontaneamente e Sonego non ha avuto difficoltà a cercare nei nostri sguardi un consenso che non aveva bisogno di ulteriori commenti. L’artista ha deciso di lasciare le tele pendere libere (senza telaio) al centro delle arcate, mentre una tela di otto metri chiude come un sipario lo spazio corto della sala.
Nove grandi lavori di Sonego issati come gonfaloni in una sala del Duecento costruita per ospitare i consessi pubblici dell’Italia Comunale. La prossimità di una mostra su Jacopone da Todi e la pittura del suo tempo come ulteriore polarità. I campi elettrici, violentemente retinici dei lavori realizzati dall’artista veneto tutti decentrati sul bordo della tela, al modo che si è già detto. La loro proliferazione nello spazio enfatizzata dall’assenza del telaio e da un vagare liberi che accetterebbe finanche il vento, se il vento sapesse soffiare attraverso le pietre.
La forza della pittura aniconica –per i critici almeno, se non proprio per gli artisti– sta nel fatto che la si può prendere in esame, scrivendoci sopra, da qualsiasi punto della storia dell’arte, della Storia tout court, e persino della storia dell’anima dell’erotismo o della cioccolata. Da quando Sol Lewitt ci ha ricordato che più l’arte è minimale tanto più “enfatizza una molteplicità di contenuti”, gli artisti sono anche dispensati dal pensare, tanto ci pensano tutti gli altri. Sonego è assai parco di commenti sui quadri che realizza. Sembrerebbe far parte di quella categoria di artisti che delega agli altri (in specie ai critici) il nodo intellettivo. Tuttavia uno dei rari commenti sul proprio lavoro non manca di precisione: “la mia pittura è ossessività che accade, energia di mentecorpo che prorompe e si imprime sulla tela. Essa non nasce per mia volontà. La mia coscienza organizza solo il suo farsi immagine. Esplosione-implosione di energia incomprimibile, i Triangoarcoli ne sono la forma invenzione, il dischiuderne in senso. Il movimento che agita l’immagine è la tensione emozione bloccata che in essa ancora vive”.
Ossessione, energia, esplosione/implosione sono le categorie utilizzate da Sonego nella citazione di cui sopra. Si vede bene che non si tratta di categorie storico-artistiche, sebbene l’arte del ‘900 e la sua esegesi se ne siano servite in più occasioni. La loro provenienza dal vocabolario delle avanguardie storiche è infatti inoppugnabile. Il futurismo se ne è appropriato prima di chiunque altro prelevandole dal gergo militare o da quello clinico, e non è difficile verificarne l’efficacia sin dentro gli esiti più forti dell’informale italiano o dell’arte povera o della poesia visiva. È indubbio che calzino alla perfezione sul lavoro di Sonego e se ne è infatti sottolineata la precisione. La pittura dell’artista trevigiano, a sentire il suo stesso autore e il linguaggio che usa, deve quindi ben poco alla tradizione astratta intesa in senso limitativo, cioè come linguaggio che si oppone ad un altro (figurativo). Che il termine sia non poco spompato va ben da sé e Sonego ne è tanto più consapevole quanto meglio si libera anche dei perimetri terminologici in uso quando si parla di “arte astratta”.
Questa mostra/installazione nella Sala delle Pietre dimostra, credo, che le migliori esperienze contemporanee hanno bisogno non soltanto di occhi nuovi e curiosi, ma anche di un vocabolario nuovo che riformuli i termini senza paura d’inventarseli ai limiti del paradosso. Le opere del ciclo precedente si chiamavano Triangoarcoli e un manifesto programmatico del poeta Carlo Invernizzi e dei pittori Asdrubali, Querci e Sonego si titolava Tromboloide e disquarciata.
Mentre misurano lo spazio della Sala delle Pietre, mentre vi trasmettono una sorta di tempesta elettrocromatica queste opere cercano un nome che non le incaselli ma le carichi ancor più di tensione; e insieme ad esso cercano molte altre cose:
scatenare un’energia baldanzosa e libera e esplosiva che sappia fare i conti con i momenti meno codificabili dell’avanguardia;
rendere intelligibile la propria semplicità come risultato di un linguaggio rigoroso e di una sensibilità senza compromessi;
porsi come progetto ampio e articolato senza però compromettere la centralità dell’opera, come accade spesso nell’arte d’oggi, in cui non si capisce bene come progetti ambiziosissimi possano convivere con opere mute, cioè con l’assenza di un qualsiasi talento;
trasmettere una dimensione monumentale (sia come idea di ciclo che per le stesse misure delle opere) che appartiene ai muri profani e sacri della cultura pittorica italiana, laddove una sala medioevale ormai nuda, forse un tempo affrescata, si lascia rivestire alla sola condizione che l’abito sia sontuoso e non tema gli strappi della Storia che vi si è sedimentata. Dopo aver quasi spogliato la Tela può essere persino più eccitante rivestire la Storia.