Da anni la pittura di Sonego è gesto assoluto; che non teme la ripetizione. Perché sa bene che non sarà mai “lo stesso” ad essere riportato alla luce dalle ossessioni del proprio ‘furibondo’ gesto fabbrile. Autentico sciamano della ‘scrittura’ è il nostro. Sì, perché una vera e propria scrittura è la sua, da sempre. Una vera e propria in-scrizione nello spazio della datità; cui l’artista può solo sperare di cor-rispondere.
E Sonego insiste; torna ad un sempre nuovo inizio, e ricomincia – senza mai porsi il problema della variazione. Quasi sapesse che ‘altro’ può accadere proprio in quanto sempre al medesimo si sappia tornare a guardare. I suoi segni scrivono e riscrivono il mondo, consapevoli che uno è l’uni-verso, uno solo, appunto, di là dalla moltitudine delle prospettive e dai punti di fuga che ogni volta potremmo decidere dall’origine e dal tutto in cui quest’ultima sempre si fa ek-sistente.
Gesti veloci, irruenti e violenti sono i suoi, ma insieme dolci e misurati – soprattutto com-misurati ad un destino che non attende certo i nostri risultati, che non insegue il nostro ritmo. Segni sapienti, sempre com-misurati all’istante del loro immediato evenire; quasi volessero surclassare la fatica della ‘generazione’. Vere e proprie icone dell’atto divino da cui ogni realtà ha avuto l’essere suo proprio. Volti della creazione, insomma; che non è mai mia piuttosto che tua, che non è mai neppure dell’artista – il quale agisce in un baleno che, non appena irrompe, già s’è dissolto. Quasi volesse togliersi subito di mezzo; per un pudore che indica perfetta consapevolezza del fatto che si tratta sempre e comunque di assecondare innanzitutto il lampo dell’istante – a nessuno essendo davvero concesso sentirsi ‘autore’ di quanto accadrà, del mondo che verrà ogni volta ad essere.
L’artista qui non vuole sovrapporsi o sostituirsi alla potenza della segnatura; che ogni volta disegna quelli che giustamente Carlo Invernizzi chiamerebbe idiolemmi sempre elusivi. Elusivi come l’opera che verrà comunque alla luce; e che sembra ancora una volta volerci far credere di dipendere dall’intenzionalità di quello che è invero un suo semplice ‘testimone’. Il primo, il più ingenuo, assolutamente inerme: l’artista, per l’appunto.
Sonego rivela un raro pudore; la potenza con cui fende lo spazio dell’accadere non genera infatti improbabili gerarchie, non chiama alla schiavitù del contemplante. Ma rasenta l’infondatezza della vera libertà; quella di nulla, che da nulla ha da liberarci, e che riguarda sempre e solamente la gratuità dell’essere. Quello di ognuno e di ogni cosa; che mai risponde da sé alle nostre domande di senso – pur facendoci credere d’averla ancora una volta indovinata. D’aver capito l’essenziale, di aver compreso le cause formali, finali o efficienti.
Ogni volta è una serie ad avere inizio; certo, Sonego non è interessato al lento procedere di quello che potrebbe essere uno sviluppo coerente e progressivo. Non costruisce un sistema gerarchicamente ordinato. Ma fa eco a se stesso; gareggia con in-consistenti e impercettibili nientità, per dirla con Invernizzi, che bene ha saputo rispondere con la parola al furore dell’artista; alla sua spaesante imprevedibilità.
Sonego fa palpitare il silenzio di una scrittura perfettamente ‘illeggibile’; che, sospesa sul vuoto del foglio bianco, ondeggia perentoria eppur nello stesso tempo sempre rigorosamente infondata. Guardare al fondamento implica infatti rinuncia ad ogni volontà fondatrice; al cospetto dell’Inizio non si può più rendere ragione (logon didonai). Non v’è filosofia che possa dimostrare la correttezza di quei gesti; che si insinuano appunto nei lembi secreti/di straziate radure (è ancora Invernizzi a farci da Virgilio al cospetto di tale coraggioso peregrinare) e che proprio per questo non vanno, disperati, al significato; avendovi piuttosto ab origine rinunciato. Avendolo azzerato, interrogato e smascherato nel delirio di un agire abbandonato a veri e propri “guizzanti lucertoli imprendibili”.
Ancora una volta, è Invernizzi a trovare le giuste parole; uniche possibili nel devasto della canicola. Ché, là dove l’essere è messo a nudo e ogni cosa è ricondotta, volente e nolente, al tutto che sembra ogni volta fondarla, quel medesimo tutto viene sciolto nel devasto della canicola, e quindi rigorosamente s-determinato.
Ecco, in Sonego non v’è ricerca di un qualche sistema, ma sincero “rispetto” per un essere che sempre è già nulla, un essere da cui non è concessa alcuna costruzione. Ma sempre e solamente un latente esistere; quello che nessun mondo potrebbe mai condurre alla rigida determinatezza dell’atto. Insomma, nei lembi secreti della possibilità l’ossessione grafologica di Sonego trova riparo e silente accoglienza; pudica come l’ospite che egli ogni volta sa anche di essere.
È chiaro, dunque; sono proprio gli artisti come Sonego a farci vergognare; a farci rimpiangere l’inizio in-fante d’ogni discorso. A farci ricordare la mancanza di cuore che, sola, ci fa amanti della sapienza (e quindi filo-sofi); anche se, solo sapendo, possiamo riconoscere l’inconsistente verità della nostra stessa umana, troppo umana esistenza. Se l’arte –e soprattutto quella che sa porsi al limite dell’esistente (e quella di Sonego ne è un exemplum perfetto)– non serve a nulla, proprio per questo essa stessa serve a tutto; anzi, serve al tutto. Solo del tutto potendo essa dirsi ‘serva’, custode fedele, asservita alla sua ingiustificabile imponenza, al suo inconfutabile non-esserci.
Perché, ad esserci è sempre e solamente un questo o un quello; eppure in ogni ‘ci’ è sempre il tutto ad imporre il proprio inqualificabile negativum – sempre lo stesso. In ogni diversificato ed imprevedibile accadimento. In questo senso, davvero, Sonego rovescia il modo abituale di guardare al mondo – sempre essenzialmente induttivo. Quello per cui ci sembra che, ad esser colto, sia ogni volta ed innanzitutto il particulare; e che solo in seconda istanza sia possibile volger lo sguardo all’inafferrabile ed incircoscrivibile totalità delle sue condizioni. Quasi che il primum fosse sempre il ‘ci’ dell’esserci di tutto ciò che è. No, e Sonego sembra saperlo; evidente è piuttosto il fatto che, ogni volta, il ‘ci’ viene compreso e concepito come elemento di una totalità, e, in ultima istanza, ‘della totalità’.
Sonego è dunque elemento di disturbo; non assecondando il piacere della particolarità, ma sempre e solamente la severità libera e felice della totalità; di un inizio che ogni volta sembra dare-inizio (a questo o quello, a questo o quel percorso), ma che in verità è sempre e solamente se stesso – in ogni sua specifica determinatezza. In ognuno dei suoi infiniti volti, in ognuna delle sue veraci maschere. Nulla potendo davvero nasconderlo, o magari falsificarlo, e neppure tradirlo. In ogni esistenza, infatti, nulla può mancare del negativum originario.
Da ciò la possibilità di un gesto che non seduce il gusto astratto del senso, senza per ciò stesso rinunciare al deliquio del visibile e alla sua roboante dinamicità. Ecco perché i suoi segni –quelli di Sonego, è evidente–, sanno essere insieme instabili, fugaci, incapaci di stare, e nello stesso tempo perfetti, immodificabili, eternizzanti.
Ché, nei suoi volteggiamenti grafico-cromatici, l’irrequietezza del particolare e la tracotanza della sua irripetibilità non contraddicono affatto la staticità dell’identico, dell’imperfettibile natura sua propria. È il noumeno di kantiana memoria, dunque, a sfidare qui le forme di una sensibilità oltremodo sconcertata; con i suoi diruti/di soprassalto risplendente/in latente esistere. Invernizzi lo dice con parole vibranti di verità impotente – e d’altro canto cosa può mai la verità? Cosa potrebbe mai voler potere? Quale ‘vero’ potrebbe mai dettar legge, senza essere per ciò stesso costretto a rinunciare alla propria assolutezza?
Se l’arte ha a che fare con la verità, insomma, essa non dice la storia, non narra le vicende di un procedere per scarti, salti, continuità, consecutività; non testimonia la gioia del conoscere accumulativo e determinante. E l’arte di Sonego ne è prova provata. Ne è testimonianza inconfutabile. A nulla compiacendo, le sue tele, i suoi di-segni non stuzzicano il solo sentimento; ma costringono la libertà della ragione; mettono fuori gioco le complesse e raffinate strategie di un logos sempre troppo esigente – soprattutto nei confronti di quel vero cui troppo spesso ci siamo convinti di poter dare una qualche giustificazione. Ché, se proprio in forza del vero tutto sembra giustificabile, è pur sempre nel cuore della medesima verità che diventa improbabile ogni atto da essa medesima reso necessario.
Segni gocciolanti, gabbie di colore, finestre sovrapposte e prive di profondità, le sue opere sono ogni volta inquietanti. Certo, anche gioiose, rituali, insistenti e libere... ma sempre anche immobili, sicure di sé, quiete e necessarie. Esse disegnano la doppiezza di un esserci mai solamente capace di conoscenza. Un esserci che vuole verità, volendo per ciò stesso l’Inizio che nulla sa – che vuole l’infanzia perfetta in quanto del tutto ignara del silenzio idiota di chi neppure sa di non sapere. Ma proprio per ciò è appagato; contento d’essere, semplicemente. Non d’essere questo o quello, non di questo o quel risultato conseguito. Felice senza motivo, dunque – per un esserci libero da qualsivoglia ‘perché’.
Quello stesso da cui tutto è reso sì inquieto, ma senza bramosia di possesso; di una inquietudine che può sperimentare solo chi, ebbro per picchi e dirupi, si limita ad assaporare il movimento puro – e il suo canto. Quello che, solo nel vento, può risuonare le proprie impercettibili nientità. Ancora una volta le parole di Carlo Invernizzi; solo esse sanno infatti restituire la tensione di un ascolto che sa perdersi, che sa lasciarsi sedurre dalle linee silenti disegnate dalla manía poietica di Sonego.
D’altro canto, l’artista è sempre ‘solo’ – a tu per tu con l’abisso di un inizio mai stato. Per questo, ascoltarlo significa farsi eco della sua perfetta insignificanza, eco di un instans che mai potremmo esperire se non nella distensione di una inconsistente memoria; quella che, sola, può averne insopprimibile nostalgia. Solo, come le linee fluorescenti che tagliano il bianco di una possibilità anche troppo accogliente, perché non indica compagni d’avventura o di viaggio, e non li chiama a raccolta. Come i grafemi e le sinuose scritture di un Oriente da sempre passato, rimosso, escluso e tuttavia invitante, seducente, insostituibile, comunque. Solo, come i gesti felini di un animale totalmente inaddomesticabile – quale è Sonego, allo stesso modo di ogni vero artifex. Che scatta, ritaglia, danza con il pennello, con le materie che stende, spruzza, guida circonfuso da un ‘vuoto’ mai escludente. D’altro canto, nessuno zero della pittura aveva mai implicato rinuncia o effettivo ritorno all’origine; ma sempre e solamente necessità di ribadire l’iniziante. Il suo essere ‘per niente’; e soprattutto ‘come niente’. Allo stesso modo il fare di Sonego; anch’esso, indifferente a tutti i problemi di stile e di mera appartenenza, rilancia tale ineludibile imperfettibilità e il suo abisso semantico.
Anche in questo fare, dunque, vive e riemerge con ossessione ‘il pròblema’ del ‘da’; ovvero, di una provenienza comunque ignota e indecifrabile – di cui sappiamo sempre e solamente dagli altri (come nascita reale secondo una naturale maternità). Di un’origine che è sempre tale in ogni sempre identica totalità, in ogni suo specifico riproporsi là dove un’alterità si sia in qualche modo costituita.
Grazie a Sonego, dunque, per essere riuscito ancora una volta a costringerci; consentendoci di guardare con occhi diversi le pur proliferanti pesantezze della quotidianità – ossia, ansie e dolori, ma anche gioie e soddisfazioni, nonché tutte le grandi o piccole conquiste di una vita intesa come incessante e mai definitivamente risolta possibilità realizzativa. Grazie per averci da sempre aiutato e per aiutarci ancor oggi a rendere ‘libero’ il nostro inappagabile pro-cedere intellettuale e la sua comunque potente espressività.