Nelio Sonego

Francesca Pola

2007

Catalogo della mostra, Nelio Sonego, A arte Studio Invernizzi, Milano, 2007

Segni senza direzione: la pittura totale di Nelio Sonego

L’opera di Nelio Sonego si è definita, sin dai suoi esordi, come una consapevole e coerente meditazione in immagine sul dipingere. Meditazione in immagine, vale a dire esplorazione aperta delle potenzialità del segno, non tanto in chiave analitica, quanto poetica, tesa alla indagine delle sue inevitabili relazioni con lo spazio ed il tempo dell’esistenza.

Una meditazione che ad ogni passaggio denuncia certo la propria matrice filosofica: aspetto per il quale penso in particolare al suo costante tentativo eracliteo di coniugare gli opposti come unità in metamorfosi, ma anche agli echi orientaleggianti dei suoi ideogrammi, che ci parlano di un’immagine altra, né lineare né ciclica, ma come di un istante totale, del tempo e dello spazio. Ma una meditazione, soprattutto, concretamente articolata nella incessante tensione a portare il gesto ad una corporeità di immagine, nella sperimentazione di sempre nuovi orizzonti espressivi: in uno spostamento continuo, verso il margine dell’esistere, come conoscere, in questo agire.

Accade così che, nel suo solitario e articolato percorso, Sonego abbia lanciato semi di sviluppi solo a distanza di anni portati a concretezza di immagine, arricchiti dei trascorsi attraversati nel frattempo dal suo lavoro.

È questo il caso della sequenza delle sue ultime opere, Orizzontaleverticale, generate da una esigenza di recupero di un fare artistico avviato agli inizi degli anni Ottanta e che si pongono ad una analisi storico-motivazionale come possibile linea complementare a quella della riflessione drammatica fondata sulla serie degli Angoarcoli, non in contraddizione o contrasto con tale momento della sua attività, ma come alter ego potenziale di esso e per ciò stesso sua naturale prosecuzione.

Degli Angoarcoli i nuovi lavori ripropongono inoltre un operare su grande dimensione, in dialogo con lo spazio espositivo, che sottolinea il significato ambientale della nuova stagione, tesa al recupero di quella liricità sospesa ed intensa da sempre connaturata alla pittura di Sonego, dilatandola ad una esperienza totale, ad una volontà di coinvolgimento non limitata ad un discorso di natura proporzionale ma finalizzata alla creazione di una spazialità dell’opera che si ponga senza alcuna soluzione di continuità rispetto alla spazialità dell’esistere, come possibilità di avvicinamento concreto, fisico, al limite estremo del conoscere.

Il percorso creativo di Nelio Sonego si apre nella seconda metà degli anni Settanta, con opere che, da subito quanto esplicitamente, si articolano in segni serrati e sospesi, in una dialettica evidente tra le ragioni della struttura e quelle della natura, non esteriormente intese quanto fortemente introiettate come componenti essenziali dell’esistere e dell’agire, e per questo sentite tra loro non in opposizione ma in una relazione di complementarità.

Sul finire dello stesso decennio, Sonego arriva a opere quali la serie Strutturale, 1979, nelle quali l’essenzialità del segno e la raffinatezza calibrata delle cromie non rimangono chiuse in geometrismi astratti, ma si aprono ad una palpitazione di percorrenza, ad uno smarginamento continuo, ad una costante contraddizione del finito. Nasce così la sequenza Rettangolare Verticale, germe più direttamente riconoscibile da cui Sonego ha maturato la recente serie Orizzontaleverticale, riproponendola secondo un arricchimento e rinnovamento di immagine e significato. In Rettangolare Verticale la geometria della struttura, nel riaffermare la propria inevitabilità come sotteso dell’esistere, richiude il segno, mentre la natura si articola in eleganti variazioni cromatiche, figlie della secolare tradizione tonale veneta. Il pastello traccia sulla superficie incerti rettangoli non sempre conclusi, linee vibranti di scarti e ritorni, spesso aprendo i lati e, con il passare del tempo, inserendo delicate curve diagonali ed essenziali arabeschi, deroghe che si sovrappongono e aprono l’immagine oltre i suoi confini. La creatività in divenire di Sonego coglie soluzioni formali metamorfiche, il cui comune denominatore si ritrova in una vettorialità verticale, nell’ascendere e discendere del segno, in sottili e intense tracce di una gestualità che si condensa in un attimo, unico e irripetibile, di un pensiero e di un agire mai concluso, continuamente rinnovato, quale immagine di una tensione al conoscere sottesa al nostro vivere.

Ed ecco nella pittura di Sonego il nuovo passaggio, dal rettangolo al triangolo, dalla simmetria tesa al controllo di una forma germinante all’apertura del segno oltre la pura ed essenziale dinamica dell’origine, nell’articolazione nuova di solidi diafani e perimetri ispessiti e gocciolanti, che indicano, in ogni direzione, il procedere del nostro essere. Senza titolo, 1987-88, numerati progressivamente, come tappe successive e inevitabili verso la liberazione del segno dalla propria struttura, per una comunione più diretta e immediata con la propria natura. Risolvendosi nelle progressioni sempre più assottigliate di opere come Verticale discesa, 1989, dove il formato stesso della tela si restringe, assecondando la concentrazione del segno.

È questo il momento dell’apertura dei nuovi orizzonti antieuclidei e antitonali della pittura di Sonego, il passaggio ad una tensione espressiva fondata su una relazione non più prevalentemente interpretativa ma direttamente, fisicamente riferita all’istante e al divenire della contemporaneità intesa come pulsare creativo, gesto dal fondamento gnoseologico. La riduzione della tavolozza alla essenzialità del nero e le colature che iniziano ad apparire sulle sue superfici vibranti sono i sintomi di una volontà di azzeramento linguistico che per evitare la perdita di relazione con le proprie motivazioni intende ripercorrere a ritroso i propri passi, per ritrovare il rapporto con il mondo, non in chiave evocativa quanto poetica, etimologicamente, appunto, fattuale, creatrice di una nuova realtà.

Proprio da questa tensione nascono tra l’inizio e la metà degli anni novanta le due successive serie di lavori di Sonego, Triangoarcoli prima e Angoarcoli poi: declinazioni di una nuova dinamica spaziotemporale, oltre connessioni di natura formale o emotiva, nelle quali anche il ritorno del colore si riafferma come potenzialità autogenerativa autonoma e germinante dell’immagine.

Attraverso la fusione della linea retta e di quella curva, in figure che generalmente si articolano in alternanza secondo una dinamica chiasmica, gli Angoarcoli sono immagine del collasso dimensionale sotteso al nostro essere biologico che costantemente muta e assimila nuovi trascorsi, intersecazione di istanti infiniti nella loro irripetibilità e inscindibilità dalla continuità di un tempo che si costituisce in spazio, e di spazio si nutre. Nel conflitto drammatico che vediamo riproporsi ad ogni scontro tra segni opposti, emerge la inevitabilità di questo continuo portarsi sul limite, alle soglie del gesto, e l’opera di Sonego acquista una identità cosmica. Il dramma è unico, ed al contempo duplice: è il dramma dell’artista (uomo che agisce) di fronte al vuoto, che non può essere più concepito se non come parte del proprio essere, fluire concreto, e che proprio nella lotta con la materia, nella materia, agisce per conoscere se stesso e il suo altro; ed è il dramma dell’opera, che emerge da questo divenire come articolazione di tale vuoto-pieno, coniugarsi di opposti in reciproca metamorfosi, immagine di questo mutare nell’azione.

Angoarcoli riprendono anche una prevalente vettorialità verticale, ma questa, da discendente, si fa prima ascendente e poi neutra, onnipervasiva, adirezionale, totale: sino alla realizzazione di un grande intervento a scala ambientale, dipinto da Sonego direttamente sulle pareti dello spazio espositivo, in occasione di una sua mostra personale di alcuni anni fa.

Matura così nell’opera di Sonego una ulteriore, sorprendente svolta: Orizzontaleverticale, opere nelle quali l’assenza di direzionalità coincide proprio con una mutata visione della relazione opera-tutto, in una prospettiva alternativa rispetto alla soluzione drammatica sperimentata negli Angoarcoli.

In questi nuovi lavori, il segno si richiude dopo le poetiche digressioni ascendenti del decennio precedente, tornando a un serrarsi di linearità vibranti che si intrecciano e sovrappongono, dando vita a un diverso e mutevole pulsare dell’immagine. Sono rettangoli dai tratti accesi di cromie raffinate e palpitanti, che si stratificano in variazione e si articolano indifferentemente secondo direttrici di espansione orizzontali o verticali, alla ricerca di una relazione forte, cercata, con il divenire dell’esistere e del cosmo. Orizzontaleverticale si pongono come segni senza direzione, come una pittura originaria, totale, nel suo riferirsi a una profondità non esteriore, ma connaturata all’uomo e al cosmo. Le metamorfosi fluttuanti cui danno luogo il sovrapporsi e l’intersecarsi dei dissonanti percorsi cromatici tracciati da Sonego intendono riferirsi all’espandersi in tutte le direzioni dell’infinito come divenire, nelle profondità della coscienza, di quell’ignoto che è il nostro essere. I rettangoli di Orizzontaleverticale paiono quasi porte, soglie, passaggi aperti sul margine di questo abisso dell’inconoscibile tutto.

Già con gli Angoarcoli Sonego aveva abbandonato il nero assoluto: le cromie iniziavano ad espandere nuovamente il proprio spettro, si facevano a tratti intense e variate, in una direzione sempre più antinaturalistica. In Orizzontaleverticale la gamma cromatica muta ancora, accendendosi di nuove e moltiplicate tinte, facendosi come una versione acida, elettrizzata dei tonalismi dei primi anni Ottanta: anche il colore assume qui una identità assoluta, originante, totale.

La grande dimensione, pensata anche in una relazione non superficiale ma dialogante con lo spazio espositivo, idealmente prosegue questo espandersi del segno oltre i confini di una pittura che, nella propria forte identità di immagine, diviene luogo aperto di una metamorfica epifania del segno. L’opera di Sonego, fondata proprio su questa sospensione e vibrazione del segno quale affermazione di tensione conoscitiva sul margine dell’evento del suo divenire, ancora una volta cattura, attraverso la sua freschezza di cromie e articolazioni, un inedito passaggio dell’esistenza.

Pare proprio questo uno dei messaggi più autentici della pittura di Sonego, che nell’istante di una gestualità colta nel suo stesso generarsi in immagine afferra i segni dello spazio e del tempo dell’esistenza e ne fa sottili e coerenti variazioni, parlandoci del nostro incerto, eppure poetico, destino.