Agli antipodi dalle ricerche poveriste e concettuali e da quelle spazialiste e minimaliste - a cui lo si potrebbe con superficialità affiancare e da cui eredita il senso della politezza - quella di Nelio Sonego segue una traiettoria che sposta il rigore geometrico verso una gestualità che non trova facile corrispondenza negli artisti della sua generazione, collocando il suo lavoro in una soggettività stilistica che ne caratterizza il rapporto con la superficie. Buona parte del Novecento concentra i suoi sforzi verso l’evasione dal perimetro della tela, ora attraverso la materia o l’estroflessione, ora attraverso più complesse collocazioni installative. Pochi sono gli artisti non figurativi che sfuggono a questa suggestione: Sonego è tra questi. Nato a Sion, in Svizzera, nel 1955, la sua formazione avviene a Venezia, presso l’Accademia di Belle Arti, dove sarà allievo di Emilio Vedova: di lui osserverà l’affabulante gestualità, l’interesse per il rapporto tra pittura e musica, la teatralità inclusiva della sua opera. Sottraendosi all’imitazione - cosa non facile con un maestro di tal peso - incanala insegnamenti ed influenze nel solco di una poetica di rarefazione: del gesto gli interessa l’arcata, del suono le pause, il silenzio. Già le prime esperienze, legate ad una geometrizzazione vicina a Mario Nigro (che diverrà suo amico e mentore), rivelano la necessità di non esautorare lo spazio, limitandosi a pochi ed affilati interventi. La linea e il segno sono il pretesto per un linguaggio che mette in discussione la certezza di un alfabeto codificato: persino i primi “Strutturali” si esibiscono attraverso tagli ed aperture che non ci permettono di identificare figure geometriche definite. Il breve approdo a forme “chiuse” lo condurrà via via verso definizioni di libertà: è il periodo degli “Angoarcoli”, e poi dei “Trisangoli”, dove ogni componente obbedisce al guizzo della mano, perdendo il rigore del segno ottenuto con righe e squadra ma mantenendo intatto il nitore che contraddistingue da sempre la sua produzione.
Dai primi anni del 2000 gli “Orizzontaliverticali” segnano un momento fondamentale nella sua ricerca: elementi rettangolari, solitari o sovrapposti, di indefinita centralità o spostati verso i margini, emergono per vibrazione, accentuando un’instabilità resa ancora più efficace dall’utilizzo di vernici a spruzzo. Si formano così geometrie interiori che, nella mobilità della struttura, custodiscono infiniti possibili (mutuando il titolo di una composizione di Luigi Nono dedicata a Carlo Scarpa1), traducendosi in una pittura che non si impone ma sfiora, secondo una invenzione che sembrerebbe orientarsi verso una mistica della visione, testimoniando il richiamo ad una sfera connotata in senso interiore. Il segno, allora, apparentemente ripetuto di opera in opera, nasconde una varietà ottenuta dall’organizzazione che si struttura all’interno di uno specifico disegno compositivo, costituendo uno dei primi elementi di fascino accentuato sia dalla graduale transizione tra assenza e presenza del colore, sia dal continuo capovolgimento della situazione visiva che modula il rapporto tra vicinanza e lontananza.
Siamo di fronte a pochi colori, i primari, qualche traccia di verde o arancio, talvolta smaterializzati al limite della percettibilità: come quando assistiamo al guizzare di una scia bianca sul bianco. Il graduale passaggio, le sovrapposizioni, l’andamento vagamente parallelo, vivono tra una sorta di soffio e di segno pulito, nell’ambito di una dinamica veloce, ma che pare rasentare l’immobilità.
Non può stupire chi ha seguito dagli esordi il suo itinerario espressivo - come quello di pochi altri logico e coerente - che Sonego, in un momento centrale della sua maturità, abbia posto la massima attenzione alla superficie. La rarefazione è una costante della personalità dell’artista: la sua traccia si tinge come un velo d’ombra sulle multiformi traiettorie su cui si concreta il suo progetto. Se il silenzioso confronto con la superficie che va riempiendosi - forse sotto la spinta di un arrovellato horror vacui - è la scintilla che dà vita all’opera, la precisa visione dello schema del lavoro permette di combinare i singoli elementi, distribuendoli in una posizione con esiti che confluiranno nella configurazione spaziale dell’opera: creando una ampiezza capace di svelare tutta una sequela di spazi secondari, che non potrebbero essere percettibili nelle consuete condizioni visive. La forma del segno diventa definitivamente determinante nella fisionomia del quadro, acquisendo il senso dell’opera, attraverso una sorta di esplorazione del centro e dei confini che separano il colore e il tratto, in una gamma visiva che oscilla dal delicato al delicatissimo, all’accennato. Così dilaga una celeste incorporeità fatta di ombre, di sibili e di soffi, di toni che sfuggono alla presa, anche grazie alla complicità di un gesto che porta con sé una formicolante realtà di risonanze, prodotte da un indefinito agglomerato che, nel sovrapporsi e rifrangersi, gestisce ritardi, generando una filigrana immaginaria, una spazializzazione di trame di impercettibili policoralità.
Ciò che c’è di pittoricamente definito, e che determina tutto questo, è dinamica e timbro, fattori primari di un agire nel quale il tempo dell’immagine è lo stesso nostro tempo, attivando una relatività che accende in queste forme, in questi segni, una significativa umanità, poiché possono vivere soltanto in rapporto agli altri, facendosi dimensione ideale, etica ed utopica.
Da qui la disposizione parallela di percorsi irregolari, mai precostituiti; la forma rettangolare, ora tanto cara a Nelio Sonego, non è mai forma obbligata: nel grande spazio della tela, dove tutto si concentra, si sedimentano attraverso una speciale atemporalità in cui sopravvivono e si generano fatti, cammini ripetuti e tuttavia autonomi fra loro che, nello spazio che concorrono a formare, si sovrappongono, si perdono e si ritrovano, si allontanano o spariscono. Si genera così la vita dell’immagine, fatta di scontri silenziosi, di conflitti e distensioni: una trama ascendente e discendente che finisce nell’inesausto corpo del bianco o del nero, dove non conta la direzione del movimento, ma il movimento stesso. Ecco che lo spazio diventa componente creativa: profondità, velocità, propagazione, direzione, entrano e sono la forma e la sede filosofica in cui risiede il significato dell’opera. Il bianco e il nero, allora, non significano il vacuo che segue all’assenza, alla distruzione, non è un nulla, ma designa un atteggiamento di attesa di fronte ad un silenzio carico di contenuti, così che il silenzio stesso sia l’unica cosa degna di ascolto. Solo così possiamo capire perché la pittura di Nelio Sonego si compone di impercettibili mutazioni timbriche e dinamiche nelle quali si dissolvono molti dei parametri della ricerca artistica del secondo Novecento e contemporanea, spostando i possibili confronti più verso certe ricerche sonore, votate alla rarefazione, che alle maglie di un panorama pittorico troppo spesso e sempre più caotico.
In questo senso potremmo parlare, strizzando ancora l’occhio a Luigi Nono2, di una sorta di pittura sospesa, organizzata oltre le abituali categorie di tempo e di spazio; una pittura in cui l’intervallo e la pausa diventano il motore del sistema pittorico, assumendo un linguaggio affidato ad un segno mosso che è, appunto la grammatica visiva delle relazioni che vivono, senza mai consumarsi, all’interno del perimetro instabile della tela. E viene da domandarsi quale ordine sotterraneo governi tutto ciò. In questa sospensione non troviamo mai nulla di evasivo, nessuna atmosfera consolante: ce lo conferma un gesto veloce che si lascia cogliere solo attraverso una lentezza percettiva spesso insostenibile, sovvertendo tutte le regole della visione.
In una breve presentazione Nelio Sonego sottolinea come il suo lavoro “è fatto di concreti segni come visione della materiale realtà”: sta qui la sua capacità di fornire, attraverso l’arte, una testimonianza incisiva e drammaticamente attuale.