Le variazioni della struttura
Un dialogo tra il segno e lo spazio, l’incontro tra il vuoto e il tracciato costruttivo, la presenza assoluta del bianco o del nero che avvolge la leggerezza del colore: l’articolata opera di Nelio Sonego si è declinata su queste coordinate per dare vita a un percorso coerente e complesso che dura da quasi cinquant’anni.
Gli esordi di Sonego partono infatti già alla metà degli anni Settanta, un periodo in cui l’artista ha studiato con Emilio Vedova all’Accademia di Venezia.
Di questo magistero, Sonego ha conservato il senso di un’azione gestuale di cui permangono gli echi distillati in una sublimazione della presenza materica e il rigore di una sistematica progettazione geometrica.
Il pensiero di Sonego era del resto già evidente nei suoi studi figurativi in cui Caravaggio ha rivestito il ruolo di guida ideale che Tintoretto aveva avuto per Vedova e dove le figure sono trasformate da una metamorfosi che anticipa le soluzioni astratte degli anni successivi negli accostamenti dei colori e nelle stesure abbrunate delle ombre tra i tagli di luce.
In seguito, l’artista, alla fine degli anni Settanta, è passato dapprima a un’astrazione fatta di tratti pittorici liquidi, vicini a una sorta di calligrafia orientale per poi approdare alla sottrazione minimale delle presenze grafiche e cromatiche dell’importante ciclo degli Strutturali, sviluppati attraverso una drastica riduzione dei dati visivi, in una sorta di purificazione declinata attraverso pochissime linee che si dipanano e s’incrociano del nitore totale del campo costruttivo.
Sonego concepisce difatti i suoi Strutturali come variazioni musicali in cui gli elementi vengono ripetuti e scanditi attraverso un percorso di rimodulazioni e ricombinazioni formate dai sottili tratti lineari.
Questo ciclo si connota dunque per una visione dinamica della sottrazione minimale, in una memoria dei tagli gestuali di Vedova rielaborata però con un’ottica attentamente calcolata dove s’incontrano i piani orizzontali e le diagonali che fanno vibrare le superfici dei quadri con raffinata incisività.
In questo itinerario si fa poi lentamente strada il colore che si insinua tra le linee e il bianco del supporto, accendendo le strutture e aggiungendo la presenza di una severa riflessione sulle dinamiche percettive dei cromatismi, concepiti e collegati in modo inscindibile alle geometrie e ai loro sviluppi concettuali.
In questo contesto va messo in evidenza anche il grande Strutturale progettato e realizzato come una installazione che entra nello spazio urbano, una nota di ordine geometrico all’interno del disordine del mondo, un complesso in bilico tra architettura, pittura e scultura pensato forse con una nota ludica ed esistenziale, opera aperta al gioco e alla dimensione della vita quotidiana che si fonda all’interno di una visione etica dell’azione dell’artista nel mondo.
Tra geometria e scrittura
Al ciclo degli Strutturali, strettamente collegato al contesto analitico degli anni Settanta, è succeduto poi il ciclo dei Rettangoli Verticali, avvicinabili, in qualche modo, sia pure nella loro peculiarità, al nuovo contesto della pittura degli anni Ottanta, a cui Sonego dà un contributo del tutto personale con opere che coniugano il rigore formale a una stesura più libera.
L’artista conserva infatti la base geometrica degli anni precedenti ma la dispone sul supporto grazie alla ponderata velocità grafica dei segni a tracciati con una mano che unisce l’allusione alla forma del rettangolo e una pulsante sovrapposizione cromatica.
In questi lavori Sonego utilizza il pastello, medium fondamentale per congiungere il nitore della composizione, la sua struttura geometrizzante, l’energia del segno che si fa colore e l’oscillazione delle linee colorate che si intrecciano, una soluzione che l’autore riprenderà nel nuovo ciclo degli Orizzontaliverticali degli anni Duemila, scegliendo però, come si vedrà più avanti, una differente tecnica espressiva.
I rettangoli si aprono così come soglie che portano verso una dimensione ulteriore, verso uno territorio mentale e quasi simbolico a cui ci conduce la gestualità controllata di una mano trasformata forse nello strumento affilato di una meditazione diretta verso il centro di uno spazio intellettuale.
Il dialogo tra il segno e il fondo di queste opere è dunque il preludio a quella del ciclo successivo dei Trisangoli della seconda metà degli anni Ottanta, annunciato già dalle interpolazioni gestuali di alcuni Rettangoli Verticali dove, in un cammino progressivo, la pittura pura riprende piede con una nuova libertà di esecuzione.
La geometria non scompare, ma viene ripensata nell’ottica di una mano che usa il colore con freschezza e vitalità, in un (solo apparente) allontanamento dalle categorie architettoniche del decennio precedente, in una densa riflessione sul dialogo tra calligrafia e pittura che ha unito pittori orientali e occidentali nel secondo Novecento.
Gli esiti di questa ricerca emergono però con maggiore energia nel ciclo successivo, quello degli Angoarcoli, durato più di un decennio e arrivato fino all’inizio degli anni Duemila.
In questi quadri Sonego distilla tutte le sue esperienze precedenti giungendo alla sintesi di una “sprezzatura” animata dalla meditata rarefazione dei segni e delle presenze pittorico-grafiche sul supporto che lo vedono, temporaneamente, distaccarsi dalle sue precedenti visioni geometriche per approdare a una dimensione segnica memore però delle sue precedenti esperienze pittoriche.
L’incontro tra pittura e scrittura ha del resto fondato le molte sperimentazioni di Sonego nel campo del libro d’artista e le sue feconde collaborazioni con autori al confine tra letteratura e arti visive come Alfonso Filieri e Carlo Invernizzi.
L’artista sembra compiere così un viaggio attraverso il tempo e i continenti, tra l’Arabia, la Cina, il Giappone e l’astrazione occidentale, evocando suggestioni composite che vengono però ricondotte all’interno di uno stile formato dalla ridotta presenza di unità che emergono sul supporto con calcolata velocità.
La mano e il pensiero si saldano dunque per formare sempre nuovi grafemi pittorici con la scioltezza di una stesura agile dove le diradate presenze cromatiche si stagliano sul bianco o sul nero del fondo, in un’alternanza dialettica tra il chiarore e le tenebre, tra la luce e la notte che si susseguono come in una narrazione mitologica.
Oltre il confine dell’opera
Tuttavia, la geometria, come un demone ritornante, non poteva essere esclusa troppo a lungo dall’opera di Sonego e, a partire dal 2003, era destinata a riprendersi la scena attraverso il già citato ciclo degli Orizzontaliverticali in cui l’artista fa tesoro delle indagini degli anni precedenti trovando una nuova misura in cui si mescolano l’ordine e il disordine, il progetto e il gesto.
La rapidità esecutiva degli anni precedenti non viene però dimenticata e trova una nuova via espressiva attraverso l’uso dello spray, di una vernice a spruzzo che permette all’artista di unire il segno e il colore, il dinamismo stilistico ed esecutivo alla sicurezza compositiva, in un’estensione delle fasi in cui era il pastello lo strumento tecnico che sosteneva la realizzazione delle opere.
Le linee cromatiche si intersecano e si muovono verso un orizzonte metaforico collocato al di fuori dello spazio della tela, con zone di vuoto che danno volutamente un senso di incertezza e di deliberata incompiutezza, come se l’opera dovesse proseguire al di là del suo confine prestabilito.
Non a caso questo ciclo ha avuto un nuovo esito tridimensionale e ambientale nel grande monolite realizzato per il Museo d'Arte Contemporanea all'aperto di Morterone (2011) e ha visto l’artista rompere completamente gli schemi del suo sistema costruttivo attraverso le sue opere montate in modo “destrutturato”, vere e proprie installazioni dove le tele sono allestite con la volontà di creare un nuovo (dis)ordine percettivo e spaziale, sovrapponendosi e quasi urtandosi.
Così le strutture si scontrano, entrano in collisione e si addensano all’interno di una nuova idea costruttiva fatta di geometrie sghembe e di tracciati (apparentemente) irregolari che formano le difformi regioni di un nuovo continente percettivo.
In questo modo Sonego infrange le nostre certezze visive e ci fa scendere in uno spazio quasi simbolico dove tutto si ricompone nei codici di una dimensione ulteriore e più densa, verso un altrove che rivela il suo senso interiore grazie alle coordinate tracciate da una mano che fonde con sapienza le ragioni del progetto alla meditata irrazionalità di un gesto che torna ancora a farsi pittura.